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sabato 23 maggio 2026

IL RE DEGLI SCIPPATORI

 


Scendo dall'autobus che è quasi buio.

Via Duomo ha quell'odore di pizza e “cuoppi di mare fritti” che ti fa venire subito fame. O ti nausea, se hai già mangiato.

Raggiungo il cancello di casa e salgo le scale del palazzo con la solita stanchezza addosso. Appena apro la porta, mia sorella è già lì, ferma davanti alla finestra come una sentinella.

— È di nuovo là. — dice senza voltarsi, con la chioma bionda e liscia che le svolazza alla leggera brezza.

Mi tolgo la sciarpa e l'appoggio sulla sedia: — Chi? E chiudi, che stasera fa freddo!

— Lui. Quello che ti segue. Guarda.

Mi avvicino. In strada c'è solo un ragazzo appoggiato a un motorino: cappuccio tirato su e testa bassa sul telefono.

— È un caso. — affermo: — Abiterà qui vicino.

Mia sorella sbuffa: — Sì, certo. E allora perché lo vedo ogni volta che torni?

Non rispondo. La verità è che ho iniziato a notarlo anche io, e da settimane. Prima un'ombra dietro di me scendendo da Montesanto. In seguito un riflesso in una vetrina. Poi ancora lui, sempre lui, sempre a distanza e con quell'aria da “non sto facendo niente.”

Mia sorella incrocia le braccia: — Secondo me si è innamorato. Non ha il coraggio di fermarti.

— Ma smettila. — rispondo: — Non si usa più da una vita andare dietro alle ragazze. Oggi ci si fa dare il numero da qualcuno o ti cercano sui social.

Eppure, mentre mi allontano dalla finestra, un pensiero mi opprime: quando è iniziata davvero questa sensazione? Forse la prima volta che l'ho visto fuori al supermercato. O quando l'ho incrociato alla fermata del bus e lui ha finto di guardare altrove.

Non lo so.

So solo che da allora, ogni volta che torno a casa, mi sembra di sentire i suoi passi dietro ai miei. Se non credo che lo faccia di proposito, è solo perché non lo vedo tutti i giorni.

“Abiterà semplicemente nello stesso quartiere” mi dico.

* * *

È un giovedì qualunque quando succede.

Sto tornando di nuovo dal lavoro. È il tramonto. Cammino veloce sul marciapiede del Corso; il telefono in mano, le cuffiette nell'altra.

E all'improvviso… uno scatto.

Una mano mi strappa il telefono. Un colpo secco. Mi volto, ed è lui.

— Ehi! — urlo.

Corre. Io pure.

La gente si gira, qualcuno ride, qualcun altro impreca.

Lui è veloce, ma io ho la rabbia che mi dà forza. Lo inseguo tra i motorini parcheggiati, tra i turisti che si scostano all'ultimo secondo. Poi, davanti a noi, un corteo blocca la strada: bandiere, megafoni, studenti che cantano.

Lui si volta di colpo. Intrappolato. Io lo raggiungo.

— Dammi il telefono! — gli ordino ansimando. E già mi aspetto un movimento improvviso, un tentativo di fuga o persino un'aggressione. È anche un bel po' muscoloso! Già, per scappare dalle persone derubate e di sicuro dalla polizia, ha fatto allenamento.

“Altro che ragazzo innamorato!” dico tra me e me. Oggi come oggi, chi ti viene dietro, lo fa solo per cattive intenzioni.

Fa un sospiro. Tende la mano verso di me e mi porge il telefono. Non trema, non parla. Il suo viso, che è dannatamente bello e liscio, non mostra alcuna espressione.

— E io che pensavo… — dico, recuperando un respiro più calmo: — Che tu volessi corteggiarmi. Che fossi uno di quei tipi timidi che seguono da lontano. E invece sei solo uno stronzo di ladro!

Abbassa lo sguardo: — Non è come pensi.

— Ah no? Che c'è? Hai la mamma malata? Sei povero? Ritorniamo ai tempi passati? Di sicuro ti devi comprare la droga!

Per tutto il tempo, rialzando la testa, non ha mutato espressione. È rimasto serio. Troppo, anche per un ladro.

— È che… — si gratta la nuca: — io ho sempre scippato tutti. Sempre. Con agilità e senza che nessuno mi beccasse. Ma con te… non ci riuscivo mai. Sei sempre attenta, guardinga, prudente. E quel cavolo di telefono non lo tiri mai fuori per strada! — mette le mani in tasca: — La cosa mi dava fastidio. Era diventata una questione di principio.

Lo guardo, credo, come si guarda un alieno: — Una questione di principio? Rubare a me?

— Sì. Cioè… non a te come persona. A te come… sfida.

Mi riprendo il telefono: — Complimenti. Sei proprio un genio! Il re degli scippatori!

Lui sospira: — Lo so che sembro un cretino. Ma non sono un delinquente. Non davvero.

— E allora perché rubi?

Alza gli occhi al cielo per un attimo, e noto uno sguardo stanco, non cattivo.

— Perché sono un tecnico software. “Bravissimo” mi dicono sempre, ma sfruttato. Contratti di tre mesi, poi altri tre, poi altri tre ancora… Mai un rinnovo vero. Mai un'assunzione. Poi, all'improvviso: “Il personale è al completo… Non ci sono fondi”. E il “bravo” non serve più. Quando mi hanno lasciato a casa, senza preavviso, senza niente… ho iniziato a fare questo. Per sopravvivere.

Resto in silenzio. Non perché lo giustifichi, ma perché non me l'aspettavo.

Finisce che ci sediamo in una caffetteria qui vicino. Non so nemmeno perché ho accettato; forse perché voglio capire, o forse perché lui non sembra più il ragazzo col cappuccio che mi seguiva. Sembra solo uno che ha perso qualcosa.

Prendiamo due caffè. Lui li paga: — È il minimo. — dice.

Lo studio mentre parla. Non ha l'aria del ladro ignorante. Parla di algoritmi, di bug, di sistemi operativi. Mi racconta di come ha passato anni a fare notti in bianco per aziende che lo trattavano come un numero. Di come ha mandato curriculum ovunque. E a un certo punto, ha smesso di crederci.

— Non sono un criminale. — ribadisce: — Sono solo uno che non ha trovato il suo posto.

— E allora perché seguivi me?

Arrossisce: — Perché… non lo so. Mi incuriosivi. Sembravi diversa. E poi… — si ferma: — Ho pensato di non avere speranze con una donna affermata nel suo lavoro come te. E così ho deciso di trattarti come i miei “clienti.”

Mi viene da ridere. Una risata breve e nervosa.

— Potevi iniziare con un “ciao.”

— Lo so. Ma non sono bravo con queste cose.

Lo guardo meglio. È solo un ragazzo che la società ha spremuto, usato, ignorato. Uno che ha sbagliato, sì, ma non per cattiveria.

— Allora? — chiede lui, timido: — Mi odi?

— Non lo so ancora. — rispondo: — Ma possiamo ricominciare.

Lui annuisce: — Ciao. — dice.

E per la prima volta, non mi sembra più che mi stia seguendo. Mi sembra che stia camminando accanto a me.

— Ciao, Valeria.

— Piacere, Antonio.

💖💖💖💖💖

La mia serie di romanzi: Essere donna e ribelle

AUTOCONCLUSIVI



 



martedì 19 maggio 2026

La Clandestina. A Sweet Space Love - 1° Capitolo

 

Capitolo 1

Il Sacrificio dell'Astraios-Beta


Anno 4018


L'ennesimo missile colpisce l'Astraios-Beta. Una scheggia metallica e tagliente schizza via dalla scocca interna della Nave, colpendo Anna, la figlia del Capitano Arturo Astori, al fianco.

Il silenzio che ha accompagnato l'Equipaggio durante la Traversata spaziale è ormai un ricordo lontano. La missione è fallita. I superstiti possono solo sperare di ritornare a casa.

L'Astraios-Beta, nata come esperimento per le lunghe distanze e diventata l'orgoglio dei Terrestri in pochi anni, è ora una trappola mortale, a causa delle esplosioni, degli incendi e dei reparti isolati per la drastica riduzione di ossigeno.

L'Ammiraglia del Drago, una silhouette nera che oscura le stelle, ha sferrato l'attacco. Ma il nemico non cerca la distruzione totale, non ancora almeno.

Al Settore Medico la situazione è disperata. I corridoi sono invasi da un fumo acre; i segnali d'allarme dipingono le pareti di un rosso sangue. Il loro suono è un martello che sbatte contro le tempie.

Arturo Astori, un uomo che la guerra ha già segnato, che il comando ha rinforzato, è al suo posto in Plancia, fronteggiando la situazione con i nervi saldi.

Ma i Governanti della Galassia del Drago, padre e figlio, sono i più temuti di tutto l'Universo. E i più crudeli.

Il Medico di bordo, impegnato in hangar a soccorrere i militari, rientrati dopo essere stati feriti, viene chiamato d'urgenza.

La voce nei suoi auricolari, collegati al comunicatore da polso, gracida con una nota di puro terrore: “Dottore, presto. Stiamo rischiando di perderle.”

L'uomo, ancora col camice macchiato di sangue, corre verso il reparto di chirurgia. Lì, nel caos degli strumenti medici divelti, su una barella, giace Anna. La scheggia ha attraversato la sua carne; ora il suo ventre, rotondo e pieno di vita, è a un passo dal baratro.

Il Medico le dà una prima occhiata, il volto gli si incupisce. Fa cenno alle assistenti di portarla in sala operatoria. Anna apre gli occhi, deboli ma determinati. Emanano la stessa luce di sempre, quella forza che l'ha portata nello Spazio, nonostante la gravidanza, proprio per salvare la creatura che porta in grembo.

— Dottore, deve farlo, non c'è tempo. — gli dice con un filo di voce.

— Anna, le probabilità di salvarti scenderanno a quasi zero.

— Salvi la mia bambina. La mia vita non conta, la sua sì.

Il Medico le ricorda che un cesareo sotto attacco, con i sistemi ridotti al minimo, è pura follia. Ma il Drago è venuto per lei: Anna lo sente. Prende la mano dell'uomo al suo fianco e sussurra: — La faccia nascere e la dichiari morta.

— Sei sicura?

— È la mia ultima volontà.

Lei sa che è l'unico modo per salvare, non solo la figlia, ma anche l'Equipaggio dalla furia del Drago. L'Equipaggio e la Nave possono garantire la vita della bambina.

L'operazione è un'eternità condensata in pochi minuti. Arturo Astori viene informato, ma non si muove dalla Plancia. Il suo Attendente fa da messaggero tra il Reparto Medico e il Ponte di Comando. Nessuna comunicazione deve correre sui fili elettrici: il silenzio radio è l'unica protezione.

Finalmente, un vagito debole, un gemito strozzato, rompe l'ansia. Una bambina, minuscola e fragile, nasce settimina. I suoi polmoni non sono pronti, così viene subito sigillata in un'incubatrice d'emergenza.

Valentina… deve chiamarsi Valentina. — dice Anna con le ultime forze.

Poi, la sua luce si spegne.

Alla notizia, il Comandante Astori esplode in un ordine disperato: — Isolate il Reparto Medico! Alimentatelo! Tenete pronto il Rigeneratore. Se la Nave deve cadere, quella zona deve essere l'ultima a cedere.

Qualche ora dopo, mentre le riserve energetiche si assottigliano e il Rigeneratore rantola, il cuore di Arturo è lì, accanto a quell'incubatrice. La bambina è tutto ciò che resta della figlia. La sua mente, come un diagramma olografico, sta già progettando una rete sicura.

Salverà sua nipote.

Proprio quando tutto sembra perduto, flotte amiche appaiono nello Spazio stellato, costringendo il Drago alla ritirata.

L'Astraios-Beta è salva.

Astori si allontana dalla consolle di Comando, si posiziona in un angolo lontano da tutti e apre una connessione privata dal suo comunicatore. Con voce profonda e ferma ordina: — Evelyn, devi sparire.








SERIE - COME IL SOLE A GENNAIO

RECENSIONE "LA DONNA CHE SCALDAVA IL CAFFE'" DI FEDERICA DI BLASI

  Titolo: La donna che scaldava il caffè Autrice: Federica Di Blasi Formati:   - Ebook 2,70 - Kindle Unlimited - Copertina morbida 8,11 - C...