Episodio 1
Una calda brezza smuoveva le tende della finestra, carica di un profumo che sapeva di uva e di caffè appena tostato. Un fascio di luce tra il dorato e l'argento illuminava il pulviscolo che danzava pigro nell'aria, e inondava quella stanza colma di respiri e affanni bramosi.
Tierra Negra, di polvere ne aveva… di paglia secca, di piante arse, di terra rossa. Che fosse una raffica rabbiosa di vento o un soffio leggero, quella polvere s'insinuava dappertutto, occupando ogni spazio: si annidava tra le pieghe dei vestiti, fra le ciocche dei capelli, fra gli angoli e le vie.
Poco distante dalla finestra, sul pavimento coperto da un pregiato tappeto, giacevano un paio di pantaloni, una camicia linda e una veste di seta leggera: testimoni di una fretta impaziente. Gocce di sudore scivolavano lungo il ventre piatto di lui, per poi infrangersi sulla pancia setosa della donna. Julio Romero spingeva con forza brutale tra le gambe di Isabella. La massa potente dei muscoli delle sue spalle era sorretta da braccia granitiche, puntate sul materasso ai lati dei seni di lei, quasi a volerla imprigionare in quel perimetro di carne e desiderio.
— Julio, amore mio… — il nome di lui uscì con un gemito strozzato, interrotto dai fremiti che le scuotevano il corpo. Isabella aveva la bocca schiusa, tremante, soggiogata dal ritmo incalzante di quell'uomo che sembrava fatto di pietra e fuoco. Lui non le concedeva tregua, non le dava respiro; ogni spinta era una pretesa, un modo per possedere non solo il suo corpo, ma la sua stessa anima.
Julio era prossimo al culmine, una tempesta pronta a esplodere, e continuava a sovrastarla con una foga quasi selvaggia. Lei godeva, ansimava; lei era felice. E in cuor suo si prometteva che quel “possesso” sarebbe durato per sempre.
Infine, l'apice travolse Julio come un'onda d'urto, lasciandolo senza fiato nella calura opprimente dell'estate brasiliana. L'uomo si accasciò, esausto, sul corpo della donna: rumore di pelle e di sudore che guizza. Era un contatto viscido di umidità che li legava e li invadeva, fondendoli in quell'odore di terra e di passione che non lasciava spazio a nient'altro.
Isabella gli gettò un braccio attorno alle spalle, lasciandosi sfuggire un mugugno che sembrava una preghiera.
— Tranquilla, ci penso io. — mormorò lui con voce roca.
Julio scivolò di lato, ma non smise di toccarla; la sua mano continuò a muoversi con sapiente lentezza, finché Isabella non si sentì del tutto appagata, sprofondata tra le lenzuola candide.
Poi, con un movimento secco, lui si mise a sedere sul bordo del letto e si passò una mano tra la folta capigliatura scura, tirando indietro i capelli; sotto la luce cruda del mattino, i tratti spigolosi divennero più evidenti.
Le vene pulsavano ancora visibilmente sotto la pelle abbronzata, scurita dal sole implacabile di quel paese che lo aveva visto crescere e diventare uomo.
— O Morenito… dove vai? — gli chiese Isabella, osservando la sua schiena nuda e imponente mentre egli raccoglieva gli indumenti sparsi sul pavimento.
— Non lo sai? — rispose secco, senza voltarsi.
Le sue gambe affusolate possedevano ancora una forza sorprendente, nonostante la mattina fosse iniziata con quell'esercizio furioso di passione.
— Stamattina arrivano i nuovi braccianti. — continuò Julio.
Isabella sbuffò e si voltò a pancia in giù, posizionandosi sull'altro lato del letto, quello ancora caldo e sgualcito dal corpo di lui. Affondò il naso tra le lenzuola e chiuse gli occhi per inalare avidamente l'odore di uomo di Julio.
— Mai una volta che possiamo restare insieme dopo aver fatto l'amore. Sempre di corsa, sempre pronto al comando. — si lamentò liberando le labbra piene e rosse dalle coltre.
— Te l'ho sempre detto, — ribatté lui, infilandosi la camicia con gesti precisi: — che sono uno schiavo di tuo padre.
— Mi sembra che ti paghi, e anche profumatamente. — rispose lei con un occhio buttato sui glutei di O Morenito sotto i pantaloni quasi aderenti. “Che meraviglia!” si disse, soddisfatta che quell'uomo fosse suo. Orgogliosa di ciò, si ammirò e, lasciva, si accarezzò una gamba godendo della seta con cui sembrava fatta la sua stessa pelle.
“Dove la trova un'altra come me?” si disse.
Julio si fermò, cercandola con gli occhi profondi: — È il minimo, considerando tutto il lavoro che faccio.
— E non pensi di essere ricompensato abbastanza? — gli rispose Isabella, indicandosi.
Lui fece una smorfia amara: — Sai bene che, se tuo padre scoprisse questi nostri incontri, mi sbatterebbe fuori dalla Fazenda senza pensarci due volte.
Detto ciò, Romero indossò il cappello e andò via.
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Alonzo Moya Gallardo sedeva nel lussuoso salone della Tenuta, dove le ampie finestre, incorniciate da pesanti tende di seta, offrivano una vista dominante sui giardini curati della Proprietà. Con lui c'erano il figlio Esteban e il Procuratore; insieme, attendevano l'arrivo della nuova manodopera. La Piantagione era cresciuta a dismisura in quegli anni e i raccolti, sempre più generosi, esigevano braccia nuove e instancabili.
Ignacia, la secondogenita dei Moya Gallardo, entrò nel salone seguita da una cameriera per far servire il caffè. Una volta che l'inserviente si fu congedata, la donna si accomodò in silenzio, prestando orecchio alla conversazione dei tre uomini.
Il giovane Esteban sorseggiò la bevanda scura, lasciando che il calore del caffè gli scivolasse in gola. Poi, sprofondando con studiata indolenza tra i cuscini del divano, esclamò con una smorfia di disgusto: — Dicono che questi Italiani non si lavino nemmeno. Spero vivamente che non sia così o l'aria della fazenda diventerà irrespirabile. Bah, quanto è insopportabile avere bisogno di certa gente!
Posò la tazzina con un rumore secco e continuò, accendendo un sigaro: — E tutto questo perché? Perché il Governo ha il terrore che nasca prole meticcia. Vogliono il sangue europeo per ripulire la Nazione. Come se uomini di rango come noi, — fece una pausa, guardando i presenti con un sorriso complice: — si degnassero di andare a letto con le negre!
Rise sguaiatamente, una risata grassa che risuonò nel salotto, mentre il fumo del sigaro saliva ad adombrare agli altri il suo volto.
Il Procuratore lo squadrò con la coda dell'occhio, mantenendo un tono professionale: — Vi assicuro che si lavano, signorino. Non dovreste prestar fede a tutto ciò che sentite mormorare.
Il ragazzo accennò un sorriso ironico, assaporò di nuovo il caffè e riprese: — Erano meglio i negri. Quelli mostravano gratitudine, erano riconoscenti. Gli Italiani, invece… quelli protestano sempre. Sono anarchici per natura.
Ignacia contrasse il viso, scrutando il volto del fratello.
— Gli Italiani che ho ingaggiato per voi, non vi daranno noia, ve lo garantisco. — si difese il Procuratore, con lo sguardo rivolto a quel signorotto sgraziato: — Appartengono a famiglie che un tempo godevano di una certa importanza.
— E come mai sono caduti in disgrazia, allora? — incalzò Esteban, con un'espressione viscida che gli increspava le labbra.
— Problemi di varia natura, signorino.
— L'unico problema, signor Procuratore, è che non sanno fare nulla. Avranno sicuramente distrutto qualche terra che poteva dare di più.
— Hai viaggiato? Conosci il mondo? Tu? — gli chiese Ignacia, tormentandosi le mani l'una nell'altra. Esteban la fissò, come se la sorella gli avesse rivolto un'offesa, non usando neppure il voi.
— L'unica cosa che conta, — intervenne Alonzo, troncando la discussione con autorità: — è che facciano il loro lavoro e non creino problemi alla Fazenda.
Esteban sorrise di nuovo, soddisfatto della propria provocazione, mentre la sorella lo ammoniva con uno sguardo carico di biasimo.
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