Scendo dall'autobus che è quasi buio.
Via Duomo ha quell'odore di pizza e “cuoppi di mare fritti” che ti fa venire subito fame. O ti nausea, se hai già mangiato.
Raggiungo il cancello di casa e salgo le scale del palazzo con la solita stanchezza addosso. Appena apro la porta, mia sorella è già lì, ferma davanti alla finestra come una sentinella.
— È di nuovo là. — dice senza voltarsi, con la chioma bionda e liscia che le svolazza alla leggera brezza.
Mi tolgo la sciarpa e l'appoggio sulla sedia: — Chi? E chiudi, che stasera fa freddo!
— Lui. Quello che ti segue. Guarda.
Mi avvicino. In strada c'è solo un ragazzo appoggiato a un motorino: cappuccio tirato su e testa bassa sul telefono.
— È un caso. — affermo: — Abiterà qui vicino.
Mia sorella sbuffa: — Sì, certo. E allora perché lo vedo ogni volta che torni?
Non rispondo. La verità è che ho iniziato a notarlo anche io, e da settimane. Prima un'ombra dietro di me scendendo da Montesanto. In seguito un riflesso in una vetrina. Poi ancora lui, sempre lui, sempre a distanza e con quell'aria da “non sto facendo niente.”
Mia sorella incrocia le braccia: — Secondo me si è innamorato. Non ha il coraggio di fermarti.
— Ma smettila. — rispondo: — Non si usa più da una vita andare dietro alle ragazze. Oggi ci si fa dare il numero da qualcuno o ti cercano sui social.
Eppure, mentre mi allontano dalla finestra, un pensiero mi opprime: quando è iniziata davvero questa sensazione? Forse la prima volta che l'ho visto fuori al supermercato. O quando l'ho incrociato alla fermata del bus e lui ha finto di guardare altrove.
Non lo so.
So solo che da allora, ogni volta che torno a casa, mi sembra di sentire i suoi passi dietro ai miei. Se non credo che lo faccia di proposito, è solo perché non lo vedo tutti i giorni.
“Abiterà semplicemente nello stesso quartiere” mi dico.
* * *
È un giovedì qualunque quando succede.
Sto tornando di nuovo dal lavoro. È il tramonto. Cammino veloce sul marciapiede del Corso; il telefono in mano, le cuffiette nell'altra.
E all'improvviso… uno scatto.
Una mano mi strappa il telefono. Un colpo secco. Mi volto, ed è lui.
— Ehi! — urlo.
Corre. Io pure.
La gente si gira, qualcuno ride, qualcun altro impreca.
Lui è veloce, ma io ho la rabbia che mi dà forza. Lo inseguo tra i motorini parcheggiati, tra i turisti che si scostano all'ultimo secondo. Poi, davanti a noi, un corteo blocca la strada: bandiere, megafoni, studenti che cantano.
Lui si volta di colpo. Intrappolato. Io lo raggiungo.
— Dammi il telefono! — gli ordino ansimando. E già mi aspetto un movimento improvviso, un tentativo di fuga o persino un'aggressione. È anche un bel po' muscoloso! Già, per scappare dalle persone derubate e di sicuro dalla polizia, ha fatto allenamento.
“Altro che ragazzo innamorato!” dico tra me e me. Oggi come oggi, chi ti viene dietro, lo fa solo per cattive intenzioni.
Fa un sospiro. Tende la mano verso di me e mi porge il telefono. Non trema, non parla. Il suo viso, che è dannatamente bello e liscio, non mostra alcuna espressione.
— E io che pensavo… — dico, recuperando un respiro più calmo: — Che tu volessi corteggiarmi. Che fossi uno di quei tipi timidi che seguono da lontano. E invece sei solo uno stronzo di ladro!
Abbassa lo sguardo: — Non è come pensi.
— Ah no? Che c'è? Hai la mamma malata? Sei povero? Ritorniamo ai tempi passati? Di sicuro ti devi comprare la droga!
Per tutto il tempo, rialzando la testa, non ha mutato espressione. È rimasto serio. Troppo, anche per un ladro.
— È che… — si gratta la nuca: — io ho sempre scippato tutti. Sempre. Con agilità e senza che nessuno mi beccasse. Ma con te… non ci riuscivo mai. Sei sempre attenta, guardinga, prudente. E quel cavolo di telefono non lo tiri mai fuori per strada! — mette le mani in tasca: — La cosa mi dava fastidio. Era diventata una questione di principio.
Lo guardo, credo, come si guarda un alieno: — Una questione di principio? Rubare a me?
— Sì. Cioè… non a te come persona. A te come… sfida.
Mi riprendo il telefono: — Complimenti. Sei proprio un genio! Il re degli scippatori!
Lui sospira: — Lo so che sembro un cretino. Ma non sono un delinquente. Non davvero.
— E allora perché rubi?
Alza gli occhi al cielo per un attimo, e noto uno sguardo stanco, non cattivo.
— Perché sono un tecnico software. “Bravissimo” mi dicono sempre, ma sfruttato. Contratti di tre mesi, poi altri tre, poi altri tre ancora… Mai un rinnovo vero. Mai un'assunzione. Poi, all'improvviso: “Il personale è al completo… Non ci sono fondi”. E il “bravo” non serve più. Quando mi hanno lasciato a casa, senza preavviso, senza niente… ho iniziato a fare questo. Per sopravvivere.
Resto in silenzio. Non perché lo giustifichi, ma perché non me l'aspettavo.
Finisce che ci sediamo in una caffetteria qui vicino. Non so nemmeno perché ho accettato; forse perché voglio capire, o forse perché lui non sembra più il ragazzo col cappuccio che mi seguiva. Sembra solo uno che ha perso qualcosa.
Prendiamo due caffè. Lui li paga: — È il minimo. — dice.
Lo studio mentre parla. Non ha l'aria del ladro ignorante. Parla di algoritmi, di bug, di sistemi operativi. Mi racconta di come ha passato anni a fare notti in bianco per aziende che lo trattavano come un numero. Di come ha mandato curriculum ovunque. E a un certo punto, ha smesso di crederci.
— Non sono un criminale. — ribadisce: — Sono solo uno che non ha trovato il suo posto.
— E allora perché seguivi me?
Arrossisce: — Perché… non lo so. Mi incuriosivi. Sembravi diversa. E poi… — si ferma: — Ho pensato di non avere speranze con una donna affermata nel suo lavoro come te. E così ho deciso di trattarti come i miei “clienti.”
Mi viene da ridere. Una risata breve e nervosa.
— Potevi iniziare con un “ciao.”
— Lo so. Ma non sono bravo con queste cose.
Lo guardo meglio. È solo un ragazzo che la società ha spremuto, usato, ignorato. Uno che ha sbagliato, sì, ma non per cattiveria.
— Allora? — chiede lui, timido: — Mi odi?
— Non lo so ancora. — rispondo: — Ma possiamo ricominciare.
Lui annuisce: — Ciao. — dice.
E per la prima volta, non mi sembra più che mi stia seguendo. Mi sembra che stia camminando accanto a me.
— Ciao, Valeria.
— Piacere, Antonio.
💖💖💖💖💖
La mia serie di romanzi: Essere donna e ribelle
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