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venerdì 10 luglio 2026

NON TI ODIO, MA STAMMI LONTANA

 



Capitolo 1

La Tipa dei libri

ELISA

L'Estate, che la si ami o meno, è magica. Anche se non sei un tipo da abbronzatura, da sabbia nei sandali, nuotate in mare o chiacchiere attorno al falò in spiaggia, un po' d'incanto te lo regala, se le dai fiducia.

Io le ho dato fiducia… a mia sorella, però! Peccato che lei si sia dimenticata di me. E ora io sono qui, seduta su una comoda poltrona di giunchi, sulla terrazza della caffetteria del lido più costoso di Sorrento, e lei a Ibiza col suo nuovo fidanzato.

«Dai, vieni anche tu quest'anno con noi a Sorrento. Non ci vediamo da Natale.» mi chiese con quella sorta di sotto-testo che diceva chiaramente: “Non ti fai mai vedere.”

Sento la brezza marina accarezzarmi il collo. È calda, come ogni volta che il sole raggiunge lo zenit. L'odore della sabbia mi solletica le narici e non ho ancora capito se mi piaccia o meno. Ma, tutto sommato, si sta bene a leggere qui, fino a quando non ti rivolgono la parola, non ti finisce un pallone in faccia o non sventolano il telo pieno di sabbia.

In verità, non so nemmeno perché io abbia accettato la richiesta di mia sorella. Più di un mese di vacanza al mare! Ma non è tanto questo il problema, quanto il fatto che… sollevo gli occhi dal libro, puntandoli sulle mie cugine sedute al tavolo di fronte a me… dovrò trascorrere questo tempo con loro: i parenti.

Cos'è? Autolesionismo? L'espiazione per non essere scesa a Napoli a Pasqua?

Ma perché? Io, che detesto le villeggiature in gruppo, mi sono unita alla mia famiglia?

Devo aver sorbito troppi tranquillanti durante il lavoro con quelle simil-autrici che, se ti permetti di correggere il loro testo, ti fissano come a volerti incenerire. E io… sono la loro correttrice di bozze.

Per la precisione: correttrice di bozze di figlie di papà che scrivono per emulare le già note autrici di romance. E che pubblicano con le case editrici "big" perché i genitori occupano i posti migliori dell'alta società.

Come me, d'altronde: lavoro per un noto editore solo perché sono la figlia di Clemente Costantini, produttore di famosi vini che da poco sono sbarcati anche all'estero.

Se solo ci penso, mi viene l'orticaria. Ma presi la palla al balzo proprio per allontanarmi dalla mia famiglia… dei boriosi che, se l'Inferno di Dante esistesse per davvero, non si saprebbe dove collocarli: se nel Cerchio dei Superbi o nel Quarto Cerchio: quello degli avari e dei prodighi, per intenderci.

Dopo una breve occhiata attorno, riprendo a leggere, immergendomi nella storia come se stessi guardando un film. Vedo tutto: i volti, gli abiti, i sorrisi. Le pagine di questo romanzo mi tengono ancorata a me stessa, aiutandomi a non naufragare in un mondo ovattato dove la massima preoccupazione sembra essere un'abbronzatura non uniforme.

Le voci delle mie cugine mi sfiorano appena: risatine, pettegolezzi e commenti sussurrati sulle ospiti dell'albergo. Io non partecipo; resto in disparte, godendomi una tranquillità che, in loro compagnia, raramente riesco a trovare.

La caffetteria profuma di caffè freddo, limone e salsedine. Al bancone lucido, che si intravede dall'uscio, sono appoggiati i soliti "signorini", rampolli di famiglie illustri che aspettano l'estate per esibirsi nei costumini griffati. A dire il vero, non hanno torto a farlo… Cos'altro hanno da esibire? Dato che, durante tutto il resto dell'anno, non trascorrono certo il tempo a costruirsi un avvenire, ma a scolpirsi i muscoli in palestra e a prolungare l'estate per altri nove mesi.

Un gruppetto di questi soggetti ci passa accanto, lanciandoci sorrisetti studiati che vorrebbero dire: “Se vieni con me, fai un affare.” Qualcuno ha persino il barbaro coraggio di puntare gli occhi su di me, sempre con quel sorriso da ebete incallito.

“Ma va' a quel paese!” penso, spostando lo sguardo oltre la ringhiera della terrazza.

Osservo la spiaggia stretta, per metà protesa su un solarium di assi che scricchiolano sotto i passi dei turisti, sospeso sull'acqua dove i lettini sono allineati come soldatini blu. Il mare è l'unica cosa che mi attrae, incastrato fra le scogliere mentre respira piano. Anche lui, però, è diventato ormai un business spietato.

Riporto gli occhi davanti a me, quando un'ondata di voci allegre rompe il brusio elegante del locale. Poco più in là, vicino alla torretta, i bagnini stanno festeggiando un collega, un certo Valerio. Ne ho sentito parlare ieri: qualcuno diceva che oggi sarebbe arrivato tardi al lavoro per via di un esame. Capisco chi è dal modo in cui gli altri gli danno pacche sulle spalle: è alto, fisico asciutto, muscoli definiti ma non esibiti. I capelli neri e ricci gli cadono sulla fronte e gli occhi scuri brillano come se avessero trattenuto il sole. Ha, credo, fra i ventidue e i venticinque anni. Mi accorgo di osservarlo con benevolenza, forse perché penso che, se quei figli di papà dovessero lavorare per studiare, probabilmente non avrebbero la forza mentale di farlo.

Lo stesso Daniele Scotti, che il mese scorso ci provò con me, credo solo perché i miei sono ricchi da far schifo, non avrebbe mai la tempra per provvedere a sé stesso. E io, come potrei stare al fianco di un uomo che si sgretolerebbe di fronte a ciò che fa, con naturalezza, quel Valerio?

Quel bel bagnino incrocia proprio il mio sguardo, ma solo per un istante. Si sarà sentito osservato. È stato solo un attimo, niente di più, ma mi è bastato per scorgere la profondità dei suoi occhi. E per me, gli occhi sono lo specchio dell'anima.

«Ma che cosa succede?» mia cugina Carolina si volta verso il gruppo dei bagnini.

Quei ragazzi indossano tutti un costume nero, con sopra la coscia destra la scritta Lifeguard. E devo dire che quei costumini sono alquanto attillati. Al collo, la collana con il fischietto.

“E certo che forgia come lavoro.” rifletto, notandoli tutti alquanto muscolosi.

Un'altra mia cugina si gira, imitando Carolina: «Mah! Stanno facendo un casino esagerato. Si sono dimenticati che sono qui per lavorare?»

Le punto gli occhi, ormai stanchi di lettura, addosso: «Stanno festeggiando un esame universitario andato bene.» dico, giusto per giustificarli. Non sopporto le critiche rivolte a chi non si conosce neppure. E poi, non hanno abbandonato il lavoro. È un momento di calma.

Ma le mie cugine si voltano all'unisono verso di me e iniziano a ridacchiare, esclamando commenti al vetriolo.

«Ma dai, festeggiano un semplice esame?»

«Embè, la laurea, per certa gente, è la massima aspirazione.»

«Chissà poi se saranno mai in grado di trovare un lavoro vero.»

«Sì, certo. Non vedi che lavorano come bagnini? Quelli non hanno terra su cui camminare.»

“Non ci posso credere” penso tra me, stringendo le dita ai bordi del libro. Eh già, per loro la laurea è solo un pezzo di carta di ordinaria amministrazione. Tanto, andranno tutte a lavorare dove “papà” ha il maniglione più grande, anche se non dovessero mai laurearsi.

Non ho la minima voglia, però, di litigare con loro come è successo qualche anno fa, così mi limito a un sorriso di approvazione che più falso non potrebbe essere.

Valerio si volta e comincia a lavorare, sistemando ombrelloni e corde come se la festa non fosse mai esistita. “La concentrazione di una persona che sa dove vuole arrivare” commento in solitaria.

Io torno al mio libro e mi dico: “Eh già. Si è accorto che lo guardavo, ma mi ha lanciato solo un'occhiata breve perché non sono interessante per niente. Manco per un ragazzo di un ceto sociale più basso del mio.”

Carolina e le altre continuano a parlare; le loro voci si infilano tra una riga e l'altra del romanzo.

«Hai visto quella?» mormora Chiara, facendo tintinnare i braccialetti, mentre indica una donna col pareo di seta: «Ogni anno è più rifatta.»

«E il marito è sempre più vecchio.» aggiunge Martina, con quel tono che sembra zucchero ma che graffia: «Scommetto che oggi ordinerà l'ennesimo spritz annacquato.»

«Quella lì se ne frega del marito vecchio. Ha i suoi giri a pagamento.» interviene Ilaria, che fino a poco fa mi aveva risparmiato i suoi commenti saccenti.

Carolina, Martina, Chiara e Ilaria non hanno neppure venticinque anni; la più vecchia sono io, ventisette. Eppure, parlano come se fossero grandi conoscitrici della vita.

Io non alzo gli occhi. Fingo di seguire la trama, anche se le loro parole mi arrivano come piccoli colpi di rena bagnata.

«Elisa, ma tu guarda almeno un po' il mondo.» sospira Chiara, dandosi aria con il menù: «Sempre con quel libro!»

Annuisco appena, senza rispondere. Il libro è la mia ancora e loro lo sanno.

Mi alzo, mi affaccio alla ringhiera e scruto la spiaggia. Non so cosa provo. È come se stessi aspettando qualcosa o… qualcuno. Ma, a dire la verità, sono stanca di “provare”. Da adolescente, fino a qualche anno fa, tutti mi ripetevano che dovevo trovare un buon partito. Io, invece, sognavo un amore da favola. La favola non si è avverata, almeno non ancora, e i “principi azzurri”, che mi mettevano davanti, erano davvero troppo principi: il figlio del senatore, quello dell'azienda di software… Sembravano fatti con lo stampino. I loro discorsi erano tutti uguali: freddi, mirati, da uomini d'affari, pur non essendolo ancora. E guai se rivolgevo la parola al compagno di classe meno abbiente o al ragazzo delle consegne: mi ritrovavo addosso gli sguardi di disapprovazione dei miei genitori.

Così, ho smesso di truccarmi e ho iniziato a portare i capelli sempre legati in una coda semplice, con le ciocche che mi cadono sugli occhi.

«È un'artista, scrive libri. Si sa, gli artisti si lasciano un po' andare nel nome dell'arte.» mi giustifica mamma davanti agli altri.

“In verità, sono correttrice di bozze e solo da poco sto provando a scrivere un libro” dico fra me.

Mentre torno alla realtà, Valerio mi passa davanti. Ha gambe forti e lunghe che attraversano la spiaggia con agilità; i piedi affondano nella sabbia calda senza che lui se ne curi. La luce gli cade addosso come se lo avesse scelto.

«Ah, ecco il fenomeno del giorno.» commenta Martina, seguendo la mia linea di vista.

«Quello lì ha preso un voto altissimo, dicono.» soggiunge Carolina.

«Carino, però.» afferma Chiara, inclinando la testa: «Povero in canna, ma carino.»

“Ammesso che lui possa interessarsi a te”

Io non dico nulla. Lo guardo soltanto: quei ricci neri non stanno mai al loro posto. “Accidenti, che voglia matta di aggiustarglieli” penso. Gli occhi scuri ridono ancora, anche dopo la festa.

I fidanzati delle mie cugine arrivano come un piccolo corteo privato: camicie di lino aperte sul petto abbronzato, orologi che brillano più del mare, passi sicuri sul pavimento di legno. Li ho sentiti prima ancora di vederli, e dal modo in cui Chiara e Martina si sono raddrizzate sulla sedia, come se qualcuno avesse acceso un riflettore.

«Amore, finalmente.» cinguetta Chiara, già in piedi, avvolta in un abbraccio profumato di colonia costosa.

«Ci stavamo annoiando da morire.» aggiunge Martina, infilando la mano in quella del suo, che le bacia le dita come in una scena già provata.

Nessuno di loro mi saluta. Solo uno, il ragazzo di Ilaria, mi fa un leggero cenno, a cui rispondo con altrettanta freddezza.

Le sedie strisciano, i saluti si intrecciano: «Andiamo sul solarium, c'è più aria.» dice uno di loro, e gli altri annuiscono.

Li seguo con la vista, mentre si avviano verso la passerella. Le mie cugine ridono, si sistemano i capelli, si agganciano ai loro fidanzati come a un accessorio indispensabile. Nessuno si volta. Nessuno dice “Vieni”. Ma io, con i gomiti sulla ringhiera, guardo i loro piedi, nelle ciabatte costose, soffrire per il calore della sabbia e già li immagino saltellare, se non fossero così attaccati alla loro voglia di apparire impeccabili. Mi viene da ridere come una matta per questa visione e senza volerlo, attiro l'attenzione di Valerio, che ha appena recuperato il pallone di un gruppo di bambini dalla tettoia del bar.

Da bravo bagnino, mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Mi avrà presa per pazza, e mi scappa di nuovo da ridere. Gli faccio un segno con la mano per dire “Sto bene.” Lui se ne va, dandomi le spalle dopo un saluto cortese. Ma temo che abbia frainteso il mio gesto: poteva sembrare un “Sono fatti miei” o peggio: “Impicciati delle cose tue.”

Lo guardo, è un po' più lontano, sta aggiustando un ombrellone. Drizzo la schiena, stringo i palmi alla ringhiera e mi dico: “Fallo, Elisa. Fallo!”

Così, lo faccio: «Valerio…» ma la voce mi esce bassa.

Ci riprovo. Rauca.

Mi si avvicina un altro bagnino: «Prego, signorina, ha bisogno di qualcosa?»

Ho un momento di titubanza. Poi, mi do forza e indico il suo collega. Lui si volta e fa un fischio. Valerio gira la testa verso di noi.

«Val, la signorina vuole te.»

“Che paroloni! È fraintendibile. Elisa, ripara!”

Valerio si è avvicinato di qualche passo: «Mi dica.»

«M-mi scusi se la disturbo mentre lavora.»

«Prego.» porta le mani ai fianchi nudi. E che fianchi!

«Vo-volevo solo complimentarmi per il suo voto dell'esame.»

Resta per un attimo in silenzio, poi mi ringrazia e si rivolge al collega: «Antò, dai una fetta di torta alla signorina.»

“Mi ha presa per una sfigata?” mi chiedo.

Ringrazia ancora e se ne va.

Mi rimetto seduta.

“Ma restartene nel tuo mondo?” mi dico.

Apro di nuovo il libro. Guardo il mare incastrato tra le scogliere e, per un momento, mi sembra che la solitudine abbia una forma precisa, come un'ombra che si siede accanto a me senza fare rumore.

Mi chiedo quando sia diventato così facile per gli altri dimenticarsi di me. O forse sono io che mi lascio dimenticare, che scivolo ai margini senza opporre resistenza.

Sento il legno della sedia caldo sotto le cosce e mi accorgo che sto respirando più lentamente. Non è tristezza, non del tutto. È una sorta di sospensione, una terra di mezzo tra il non detto e un pensiero fisso che mi martella la mente: “Che accidenti avrei mai da dire o da fare? Sono una sfigata, punto.”


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